“Il caso della lapide di Pietro Braherio”

Sab, 17 Febbraio 2024 (17:30 - 19:30)

“Il caso della lapide di Pietro Braherio”

Sab, 17 Febbraio 2024 (17:30 - 19:30)
San Salvatore Telesino, BN, Italia

Descrizione

Sabato 17 febbraio 2024 ore 17.30
San Salvatore Telesino – Sala Conferenza ex-Comune
Incontro di studi su:
Bene storico-culturale e contesto monumentale. Il caso della lapide di Pietro Braherio avulsa dalla sede storica nell’Abbazia del Santo Salvatore de Telesia
Ne discuteranno:
Domenico Caiazza, presidente del Centro Studi sul Medioevo di Terra di Lavoro
Franco Bove, presidente dell’Associazione Amici dei Musei del Sannio

Interverranno:
Fabio Romano, sindaco di San Salvatore Telesino
Alessandro Liverini, presidente dell’Associazione Storica Valle Telesina
Egidio Cappella, presidente della pro-loco di San Salvatore Telesino

L’incontro sarà il primo momento di un percorso volto al recupero al patrimonio monumentale dell’Abbazia del Santo Salvatore de Telesia della lapide funeraria di Pietro Braherio, Giustiziere di Terra di Lavoro e l’Abbazia del Santo Salvatore de Telesia per il quale è nato un Comitato cittadino che in quella sede avvierà una raccolta firme per chiedere all’Amministrazione Comunale di avviare tutte le procedure necessarie per chiedere la restituzione della Lapide.

Brevi notizia su Pietro Braherio, Giustiziere di Terra di Lavoro e l’Abbazia del Santo Salvatore de Telesia
Fino alla prima metà del Novecento, nei resti semidistrutti dell’abbazia del Santo Salvatore de Telesia, tra i vari ed importanti reperti provenienti dalla vicina, omonima, città romana, si trovava anche la lapide sepolcrale del cavaliere Pietro Braherio, milite angioino e Giustiziere di Terra di lavoro morto nel 1298 e sepolto in una parete della sacra abbazia che per qualche anno aveva fatto parte dei suoi possedimenti.
Su questo personaggio storico le notizie sono scarse e incerte: si sa che arrivò a Napoli intorno al 1278 ma informazioni precise su di lui le abbiamo solo dall’anno 1282, quando fu nominato maggiordomo di palazzo e responsabile dell’educazione del giovane principe Carlo Martello, figlio di Carlo II lo Zoppo e nipote prediletto del re Carlo I, di Clemenzia moglie di Carlo Martello e della loro compagnia. Per molti anni, la vita di Braherio si intrecciò strettamente con quella del principe Carlo Martello d’Angiò, rivestendo un ruolo di grande importanza per la sicurezza, l’istruzione e la crescita umana e culturale del nipote favorito, nonché erede del Re e del suo gruppo di parenti, cortigiani ed amici.

Nello stesso tempo ricoprì anche incarichi politici di una certa importanza: fu infatti nominato una prima volta Giustiziere di Terra di Lavoro il 3 novembre 1289 (I giustizieri sono funzionari dell’amministrazione periferica ai quali con compiti di natura militare, giudiziaria e fiscale veniva affidata la gestione delle province, in cui era suddiviso il Regno. Sono quadri fondamentali dell’amministrazione statale e vengono scelti solo tra gli individui più fidati) e sempre nel 1289-90 diventò conte di Caserta e del suo contado che comprendeva Caserta, Telese (nel cui territorio era compresa l’Abbaziale normanna di San Salvatore de Telesia), Ducenta, Morrone, Limatola, e molti altri casali.

Per alcuni anni Braherio mantenne sia le cariche politiche che le sue mansioni di mentore del principe ereditario, ma il 12 agosto 1295, a Napoli, Carlo Martello morì di peste e il suo maestro ritornò nuovamente alla sua carica di Giustiziere di Terra di Lavoro e del Contado di Molise.

È lecito dunque immaginare che Braherio conoscesse bene l’abazia presente nel territorio da lui governato e che la visitasse spesso e fosse in buoni rapporti con monaci ed abati. Nell’autunno 1298 doveva essere in missione nel territorio amministrato e forse durante il viaggio si ammalò nei pressi dell’Abbazia perché vi morì nel mese di settembre del 1298 e vi fu sepolto. La sua salma avrebbe potuto essere trasportata nei suoi feudi di Angri e sepolta con tutti gli onori nella tomba di famiglia ma evidentemente il suo legame con i monaci del monastero benedettino del Santo Salvatore doveva essere così forte da portare alla scelta di lasciarvi i suoi resti, e la sua tomba, ornata di una sontuosa lapide sepolcrale, fu murata sotto una colonna portante dell’abside, a pochi metri dall’altare, in una posizione di grande prestigio. E là sono state custodite le sue spoglie per oltre sette secoli.

Due importanti autori ottocenteschi: Libero Petrucci, storico di San Salvatore Telesino, e Gabriele Jannelli, archeologo, epigrafista, fondatore e direttore del Museo Provinciale Campano di Capua, ne parlano nei loro scritti collocandola nell’Abbazia del Santo Salvatore de Telesia e precisamente sotto il pilastro che sosteneva l’arcata della chiesa e su cui si trovava l’iscrizione della gens Caesena: «Il Braherio morì a 8. 7bre 1290, e fu sepolto nella Chiesa del Monistero di S. Salvatore detto della Valle Telesina nell’interno di un muro, e sulla pietra, che covre la tomba fu apposta la seguente iscrizione, che tuttavia si legge, sotto l’arco, che sostiene ora la scala della masseria (Libero Petrucci, Storia di Telese, c. 349v)»

Nel 1878 Gabriele Jannelli, a Telese per le cure termali, visitò i resti dell’Abbazia dove potette ammirare la lapide funeraria di Braherio e ne parlò nella sua Relazione intorno all’antico monastero benedettino di S. Salvatore Telesino, letta nella tornata del 4 dicembre 1878 alla Commissione conservatrice de’ monumenti ed oggetti di antichità e belle arti della provincia di Terra di Lavoro dal segretario Gabriele Jannelli, Caserta, Nobile e C., 1879.

Non esiste nessuna documentazione scritta sul trasferimento della lapide di Pietro Braherio dall’Abbazia di San Salvatore. Le poche notizie provengono dalla “vulgata” orale che narra che la lapide fu scardinata dal muro interno dell’Abbazia sotto l’arco che contiene la pietra CAESENI (lo spazio che attualmente ospita la centralina dei microfoni) in occasione di lavori di demolizione-recupero negli anni ’60 (1958).
Attualmente la lapide si trova nel Museo Civico “Raffaele Marrocco” di Piedimonte Matese in una nicchia polverosa in una stanza del secondo piano. Non è mai stata esposta, né restaurata: un oggetto d’arte vitale per la storia del territorio e della comunità risulta oggi giacente in frantumi in una sede assolutamente estranea al contesto storico-monumentale abbaziale per il quale fu creata e nel quale ha riposato per sette secoli. Non esiste nessun atto formale né di donazione da parte dell’Amministrazione sansalvatorese né di accettazione da parte del Museo e quindi è assolutamente necessario che la lapide ritorni nel suo contesto originario.

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